Cinquanta anni fa, il 18 novembre 1975, Bruce Springsteen metteva piede per la prima volta su un palco europeo. Un anniversario che oggi assume un valore simbolico enorme, perché quel debutto all’Hammersmith Odeon di Londra segnò l’ingresso del giovane musicista del New Jersey nella storia del rock mondiale. Un concerto diventato “leggendario” col tempo, nonostante la serata – come avrebbe ammesso lui stesso – fosse stata tutt’altro che perfetta.

Il contesto dell’epoca era incandescente. La Columbia Records aveva pubblicizzato a tappeto il tour europeo del ventiseienne Springsteen sull’onda del successo di “Born to Run”, uscito ad agosto e già salito al terzo posto nelle classifiche americane. Addirittura, il 27 ottobre 1975, Time e Newsweek gli dedicarono contemporaneamente la copertina, incoronandolo “Il nuovo Dylan”. Una pressione enorme su un artista che, pur avendo alle spalle centinaia di date negli Stati Uniti, non aveva mai suonato fuori dal proprio Paese.

All’Hammersmith Odeon l’accoglienza fu quasi eccessiva: locandine e manifesti annunciavano trionfalmente “Finalmente Londra è pronta per Bruce Springsteen e la E Street Band”. Lui, imbarazzato e contrariato, iniziò addirittura a strapparli. La serata non decollò come sperato. La stampa britannica, impietosa, non risparmiò critiche: Simon Frith di Creem ironizzò domandandosi se quello fosse davvero “il futuro del rock’n’roll”, mentre Tony Tyler del NME parlò di “concerto mediocre” e definì “deludente” persino Born to Run.

Eppure, proprio quel debutto imperfetto sarebbe diventato, nelle parole di Springsteen, una delle sue esibizioni più “legendarie”. Una seconda data seguì il 24 novembre, ma il Boss non tornò mai più a suonare all’Hammersmith. Oggi, a mezzo secolo di distanza, quel concerto rappresenta l’inizio simbolico del suo lungo rapporto con l’Europa: un momento in cui la tensione, l’ambizione e la fragilità di un giovane artista si trasformarono nel primo passo verso un’icona destinata a dominare la storia del rock.

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