
Due minuti e 45 secondi di quasi totale silenzio: è la nuova “traccia” di Paul McCartney, un’inedita bonus track che accompagnerà la ristampa in vinile di Is This What We Want? in uscita l’8 dicembre. Non una canzone, ma un manifesto politico. Un fruscio di nastro, pochi rumori sparsi, un fade out finale: il suono di uno studio vuoto che diventa metafora della scomparsa di autori e interpreti, se la legge britannica dovesse consentire alle big tech di addestrare le proprie AI usando liberamente musica protetta da copyright.
La protesta di McCartney si inserisce nel progetto avviato a febbraio da mille artisti – da Damon Albarn a Kate Bush – che hanno pubblicato un album fatto di silenzio per dire no alla liberalizzazione dell’uso dei contenuti creativi da parte di colossi come OpenAI, Google, xAI e Anthropic. L’obiettivo è spingere il governo britannico a tutelare un’industria creativa che vale 125 miliardi di sterline l’anno, contro le pressioni delle aziende tech che promettono investimenti miliardari.
«Non si può regalare il lavoro di una vita alle società di AI», sostiene Ed Newton-Rex, promotore del progetto. Lo stesso McCartney ha lanciato un appello diretto ai legislatori: «Noi siamo il popolo, voi siete il governo. Proteggete gli artisti, o li perderete». Le 12 tracce originali dell’album formano la frase “The British Government Must Not Legalise Music Theft To Benefit AI Companies”. Con l’aggiunta del brano del Beatle, diventano 13: il silenzio come ultimo grido d’allarme.
E mentre il mondo della musica protesta, i dati raccontano un pubblico sempre più vulnerabile alle imitazioni artificiali. Una nuova ricerca Ipsos-Deezer condotta in otto Paesi su 9000 persone rivela che il 97% degli ascoltatori non distingue una canzone “vera” da una generata interamente dall’intelligenza artificiale. Una percentuale che riflette la rapidissima evoluzione dei modelli creativi.
Nonostante oltre la metà degli intervistati guardi con curiosità ai nuovi strumenti, il 64% teme un declino creativo e l’80% chiede etichette chiare che specifichino quando l’AI è stata usata. Due su tre ascolterebbero comunque brani artificiali per curiosità, mentre playlist e algoritmi integrano già tracce interamente sintetiche.
McCartney e i mille musicisti coinvolti temono che, senza regolamentazione, il futuro possa essere fatto proprio di questo: un silenzio assordante. Un disco vuoto al posto della creatività umana. Un mondo in cui la musica c’è, ma gli autori non più.
