Un concerto intimo e potentissimo, capace di accendere la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica come raramente accade: Nick Cave ha infiammato il Roma Summer Fest con una serata che resterà negli annali. Balconate in subbuglio, ola spontanee, spettatori in piedi a ballare e, nel finale, una vera e propria invasione del palco, gestita con calma dal servizio d’ordine. Stasera si replica, ma il debutto ha lasciato il segno.

Lontano dai Bad Seeds e accompagnato dal solo Colin Greenwood, bassista dei Radiohead, Cave ha scelto la via della sottrazione, regalando al pubblico un’esperienza densa di emozione e parole. Solo un pianoforte a coda, un palco total black e il suo inconfondibile abito scuro: l’essenziale per dare voce a una carriera segnata da tragedie e ispirazioni profonde.

Tra classici e brani dell’ultimo album Wild God (nominato ai Grammy), Cave ha trasformato la serata in un dialogo continuo con il pubblico. Ha raccontato la sua infanzia australiana, le fonti d’ispirazione, l’amore per la moglie Susie, a cui ha dedicato I Need You, nata «in un momento difficile, come un regalo». Emozionante anche il racconto di Skeleton Tree, scritta «in un momento oscuro, ma dolcissima».

Tra i momenti più coinvolgenti Balcony Man, The Ship Song, Girl in Amber, Cosmic Dancer, Papa Won’t Leave You, Henry e un finale con Into My Arms, cantata da tutto il pubblico in piedi. Due ore e mezza di arte, dolore e bellezza. Un trionfo assoluto.

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