
Il Festival di Sanremo 2026 si racconta da solo. Lo fa attraverso le parole delle sue canzoni, in un gioco di specchi in cui la kermesse diventa tema, citazione, perfino autocitazione. Nei testi dei 30 big in gara, pubblicati nel tradizionale numero di TV Sorrisi e Canzoni con la copertina dedicata al cast, il Festival non è solo palcoscenico ma anche soggetto narrativo.
C’è chi sceglie l’originalità linguistica, come Levante, che in “Sei tu” si prende il lusso di usare il condizionale presente del verbo “lacrimare”. Un azzardo grammaticale che in un brano pop suona come una dichiarazione d’intenti: la parola torna protagonista, capace di sorprendere.
Non è da meno Dargen D’Amico, che in “Ai Ai” cita la leggenda di Carlos Raposo, il calciatore-impostore degli anni Ottanta che firmava contratti senza mai scendere in campo. Un riferimento colto e spiazzante, che trasforma la canzone in racconto laterale e dimostra quanto il pop possa dialogare con storie imprevedibili.
Il Festival entra direttamente nei versi di Fulminacci, che in “Stupida sfortuna” cita esplicitamente Sanremo, rendendo la manifestazione parte integrante della narrazione. È un cortocircuito affascinante: il palco che diventa parola, la gara che si fa metafora.
Ancora più personale è il gioco di Fedez, che in “Male necessario” si autocita, ripescando frammenti del proprio passato artistico. Un modo per mettere in scena sé stesso, consapevole del percorso compiuto e dell’esposizione mediatica che da sempre accompagna la sua carriera.
E poi c’è J-Ax, tra gli altri protagonisti di un’edizione che sembra voler riflettere sul senso stesso dell’evento. I testi, più che semplici canzoni, appaiono come piccoli manifesti programmatici: raccontano fragilità, ironia, memoria, identità.
Sanremo 2026, insomma, non si limita a offrire melodie e ritornelli, ma mette in scena una consapevolezza nuova. Gli artisti guardano il pubblico, ma anche lo specchio del Teatro e della sua storia. In questo intreccio di citazioni, rimandi e giochi metatestuali, il Festival dimostra di sapersi rinnovare proprio partendo da sé stesso, trasformando le parole in un racconto collettivo che parla della musica e del suo rito più celebre.
