Con “My Days of 58”, il suo ventunesimo album, Bill Callahan sceglie di fotografare il presente e di farlo durare dodici canzoni. Il titolo è diretto, quasi disarmante: un riferimento esplicito ai suoi 58 anni, un modo semplice e insieme potentissimo per fissare il momento e trasformarlo in materia narrativa.

Cresciuto nel Maryland e oggi residente in Texas, Callahan continua a muoversi lungo la linea sottile che separa osservazione e introspezione. Le sue nuove canzoni parlano di ciò che gli gravita attorno, ma soprattutto di ciò che si muove dentro: pensieri, bilanci, visioni notturne e improvvise schiarite.

A un primo ascolto il disco può sembrare quasi acustico, essenziale, come inciso in presa diretta nel silenzio di un salotto. Lo stesso autore lo ha definito un “disco da salotto”. In realtà la produzione lavora con discrezione e intelligenza, valorizzando i cori di Eve Searls, gli inserti misurati degli ottoni e le sottolineature di chitarra e batteria, dando profondità alla voce cavernosa di Callahan e maggiore intensità alla sua narrazione.

La centralità delle parole è ribadita anche dall’immagine di copertina, che lo ritrae seduto a una scrivania, intento a prendere appunti. È il ritratto di un artigiano della scrittura, fedele a un’idea di canzone come racconto, come diario ordinato con cura.

Il diario del 58enne si apre con Why Do Men Sing, brano onirico in cui il protagonista viene guidato fuori da un incubo da una sorta di mentore spirituale che risponde al nome di Lou Reed. Un’apparizione simbolica che collega Callahan a una tradizione di cantautori capaci di trasformare l’ordinario in epica quotidiana.

In The Man I’m Supposed to Be affiora il tema dell’età che avanza, con le primavere alle spalle che iniziano a superare quelle davanti. Pathol O.G. si addentra invece in un territorio più apertamente autobiografico, interrogandosi sull’urgenza di scrivere: è vocazione o una forma di patologia?

La malinconia di Lonely City e della delicata Empathy, che affronta il rapporto irrisolto tra padri e figli, viene alleggerita da una tonificante gita in West Texas o da una corsa notturna in Highway Born. E poi c’è Lake Winnebago, luogo dell’anima in cui ciascuno può riconoscere il proprio rifugio interiore, mentre in Computer emerge un monito verso un’umanità sopraffatta dalla tecnologia.

Dagli esordi tra fine anni Ottanta e inizio Novanta sotto lo pseudonimo Smog, Callahan non ha mai cercato le luci della ribalta. Ha preferito restare fedele al proprio credo artistico, lavorando per sottrazione e precisione.

Ogni suo nuovo album sembra spostare un po’ più in alto l’asticella, e My Days of 58 non fa eccezione. È un disco che sorprende senza alzare la voce, che emoziona senza forzature. In definitiva, è l’ennesima conferma di un cantautore capace di trasformare il tempo che passa in emozione e arte allo stato puro.

Di admin

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