È morto James Senese, aveva 80 anni. Da circa un mese era ricoverato in terapia intensiva a Napoli per una grave infezione polmonare, aggravata da condizioni di salute già delicate. Sassofonista, compositore, cantante, anima e simbolo: Senese è stato molto più di un musicista. È stato una lingua, un’identità, un modo di guardare e raccontare Napoli. Un uomo che ha trasformato la sua diversità in potenza artistica e rendita poetica.

Figlio di un soldato afroamericano e di una donna napoletana, cresciuto tra le baracche di Miano nel dopoguerra, Senese ha incarnato per decenni una Napoli meticcia, orgogliosa, ferita e fiera. Nel suo sax convivevano jazz e funk, blues e dialetto, rabbia e preghiera. Un suono nervoso e caldo, che graffiava e abbracciava.

Nel 1975, insieme a Franco Del Prete, fonda Napoli Centrale e inventa un genere senza saperlo. Il Neapolitan Power, quell’inesauribile miscela di tradizione partenopea, groove afroamericano e tensione rock. Brani come Campagna o Ngazzate sognate sono ancora oggi inni di libertà, identità, resistenza culturale.

Nel 1977, per l’album Qualcosa ca nu’ mmore, chiama al basso un giovanissimo Pino Daniele, allora sconosciuto. Il resto è storia: con Daniele, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito, Senese costruisce una stagione irripetibile. «Suonavamo per vivere, ma anche per respirare», ricordava. E quel soffio è rimasto nella città per sempre.

Il suo sax è l’ingresso furioso di Je so’ pazzo in Nero a metà; è l’urlo e la carezza di una Napoli che non chiede permesso. Poi la carriera solista, le collaborazioni, la fedeltà assoluta al palco. Senese non ha mai smesso di suonare: «Sono un uomo nero nato a Napoli che vuole dire quello che sente».

Nel 2016 pubblica ’O sanghe, forse il suo lavoro più intimo, premiato con la Targa Tenco come miglior album in dialetto. Nel 2021 arriva James is Back, dichiarazione di vita più che di musica. Oggi Napoli perde una voce, ma guadagna un’eco eterna. Perché quel sax continuerà a parlare, a chi sa ascoltare.

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