
Cinquanta anni e non sentirli. Bohemian Rhapsody, pubblicata nell’ottobre 1975, resta uno dei brani più iconici della storia del rock. Un’opera fuori dagli schemi, lunga sei minuti, che Freddie Mercury difese con ostinazione quando molti, persino Elton John, la giudicavano troppo estesa per diventare una hit.
La genesi del brano fu complessa: i Queen registrarono le tracce base nei Rockfield Studios in Galles, poi si spostarono di studio in studio a Londra. Tre settimane intere furono dedicate soltanto alla sezione operistica, costruita con centinaia di sovraincisioni vocali. «Con tre voci abbiamo creato l’effetto di un coro di 200 persone», ricordava Mercury.
Non mancarono le tensioni. Roger Taylor, stremato dai “Galilei” acuti, perse la pazienza più di una volta. John Deacon propose persino una versione più corta, subito bocciata. Alla fine prevalse la visione di Freddie, che aveva in mente ogni dettaglio.
Il riff di chitarra dopo la parte operistica, oggi immortale anche grazie al film Fusi di testa del 1992, fu ideato dallo stesso Mercury. Brian May ammette: «Non è mai facile da suonare, nemmeno oggi».
Il videoclip girato agli Elstree Studios, in sole quattro ore, segnò un’altra rivoluzione: fu tra i primi della storia a promuovere un singolo e aprì la strada all’era di MTV.
Cinque decenni dopo, il mito resta intatto. May e Taylor portano ancora in tour la musica dei Queen con Adam Lambert, mentre John Deacon vive appartato. «Freddie è sempre con noi», dice Taylor. «Sappiamo esattamente cosa direbbe».
E pensare che Mercury amava liquidare la sua arte con ironia: «È come la carta del fish and chips, usa e getta». La storia gli ha dato torto: Bohemian Rhapsody continua a vivere, tra palchi, cinema e sogni.
