C’è un curioso gioco del tempo che attraversa il nuovo disco dei “Tiromancino”. Mentre il 2016 riaffiora sui social come un archivio emotivo collettivo, Federico Zampaglione scrive Gennaio 2016 senza nostalgia programmata, ma con il bisogno autentico di capire da dove si è ripartiti. È da questo cortocircuito temporale che prende forma Quando meno me lo aspetto, il quattordicesimo album della band, in uscita il 6 febbraio.

Un disco che, come racconta Zampaglione, “voleva nascere da solo”. Nessuna strategia, nessuna scadenza, solo canzoni rimaste a lungo nel cassetto e poi portate in studio quasi per caso con Leo Pari e Simone Guzzino. Proprio l’assenza di aspettative ha reso questo lavoro il più libero della sua carriera, capace di restituire una sincerità rara.

Al centro del suono tornano le chitarre, riscoperte e rimesse in primo piano. Blues, rock, country, ma anche elettronica, reggae e suggestioni da cantautorato anni Settanta convivono in un equilibrio nuovo. Zampaglione racconta di aver voluto avvicinare il suono dei dischi a quello dei live, dove le chitarre hanno sempre avuto un ruolo dominante, sperimentando anche strumenti poco usati nel pop.

Brani come “Sto da Dio” parlano di una conquista interiore: accettare il proprio posto, smettere di inseguire il riflettore a ogni costo. È una dichiarazione di serenità adulta, la stessa che attraversa l’intero album. In questo percorso tornano collaborazioni importanti, da Andrea Pesce a Franco 126, che contribuisce a rendere più onirico Il cielo, scritto durante un periodo delicato in ospedale.

Spicca anche la presenza di Simona Molinari e, soprattutto, quella del padre Domenico Zampaglione, professore di filosofia e presenza costante nella storia dei “Tiromancino”. Con lui nascono brani come “Gli alieni siamo noi” e “Una vita”, riflessioni notturne e intime sulla memoria e sull’identità.

Non manca uno sguardo critico sulla società contemporanea, percepita come veloce, giudicante e superficiale. In questo contesto, la musica resta per Zampaglione una cura, un rifugio necessario. E Sanremo? Un pensiero ricorrente, mai del tutto risolto. Troppa esposizione emotiva, troppa pressione in pochi minuti. Meglio, forse, continuare a cercare equilibrio altrove, quando meno ce lo si aspetta.

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