
Spotify finisce di nuovo nel mirino delle polemiche. Una class action depositata a Manhattan accusa la piattaforma di streaming musicale di aver introdotto, con il suo strumento Discovery Mode, una “forma moderna di payola”, espressione con cui gli inglesi definiscono la pratica di pagare per ottenere più passaggi radio.
Discovery Mode, spiega Spotify sul proprio sito, consente ad artisti ed etichette di segnalare i brani “prioritari” da promuovere. L’algoritmo, in base a queste indicazioni, aumenta le possibilità che i pezzi vengano suggeriti nelle playlist personalizzate. Ma, secondo i promotori della causa, dietro l’apparente neutralità dell’algoritmo si nasconderebbe un sistema di promozione a pagamento, che ingannerebbe gli utenti facendogli credere di ricevere consigli autentici.
Nella denuncia, ottenuta dal sito All Hip Hop, si parla di accordi economici non dichiarati: inserire un brano in una playlist con pochi follower costerebbe circa 2 mila dollari, fino a 10 mila per quelle più popolari. «Spotify — si legge — si promuove come piattaforma di consigli organici, ma vende di nascosto la visibilità al miglior offerente».
La replica della società non si è fatta attendere: «La class action è una sciocchezza» ha dichiarato un portavoce a Hollywood Reporter. «Discovery Mode non vende stream né influisce sulle playlist editoriali. Tutto è trasparente e chiaramente descritto».
La causa arriva pochi giorni dopo un’altra azione legale intentata dal rapper RBX, cugino di Snoop Dogg, che accusa Spotify di “chiudere un occhio” sugli stream fraudolenti, a beneficio di grandi artisti come Drake. Anche in questo caso, la piattaforma nega ogni addebito: «Combattiamo attivamente lo streaming artificiale e non paghiamo per le riproduzioni manipolate».
