
Non arrivò dal nulla, anche se all’epoca qualcuno lo raccontò così. Il successo di Calcutta, al secolo Edoardo D’Erme, fu il risultato di una strategia di promozione mascherata da spontaneità indie. Il 24 settembre 2015 il sito de La Repubblica pubblicò in anteprima il video di Cosa mi manchi a fare, diretto da Francesco Lettieri, con un bambino cingalese che si aggirava tra Pigneto e Torpignattara, la cosiddetta “Borgata Boredom” degli hipster romani.
Tre giorni dopo il video arrivò su YouTube. Da lì, la canzone cominciò a circolare in radio, fino a diventare un piccolo caso nazionale. In poche settimane, Calcutta passò dall’anonimato al ruolo di nuova voce della canzone italiana.
La sua forza era nella semplicità: un riff minimale di tastiera giocattolo Yamaha, una melodia ultrapop in Do maggiore e testi enigmatici, cantati con un tono dimesso, quasi svogliato. Un modo diverso di raccontare amori e delusioni.
In un panorama dominato da autori di mestiere come Kekko Silvestre dei Modà, la freschezza di Cosa mi manchi a fare suonò dirompente. Non era solo indie né pienamente pop: era qualcos’altro.
Calcutta non fu il primo a scalfire il muro tra underground e mainstream: già I Cani e i Thegiornalisti avevano aperto una fessura. Ma lui riuscì a buttarlo giù, portando l’indie nei palasport e nelle playlist delle ragazzine.
Due mesi dopo, il 30 novembre, arrivò l’album Mainstream, dichiarazione di intenti e provocazione insieme. «Volevo fare un disco pop, non una copia nostalgica del passato», spiegò allora.
Dieci anni dopo, Cosa mi manchi a fare resta un brano-simbolo, capace di segnare uno spartiacque nella musica italiana e di trasformare uno “sfigato al potere” nel nuovo autore di riferimento del pop nazionale.
