Chi si aspettava una canzone apertamente politica è rimasto spiazzato. A poche ore dalla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, Ghali ha pubblicato “Basta”, un inedito che prende tutt’altra direzione rispetto alle polemiche che lo accompagnano da settimane. Niente slogan diretti, niente prese di posizione esplicite: solo un ritornello che suona come una provocazione, “Basta, free tutti i maranza”, appoggiato su una base rap dalle sonorità arabeggianti.

Il brano, della durata di un minuto e 59 secondi, riprende uno degli inediti già presentati durante il tour Gran Teatro, introdotto dalla frase “Finora ho soffocato le mie radici, ora basta!”. Una dichiarazione che sembra più identitaria che politica, più personale che militante. Eppure il contesto pesa: Ghali è stato uno degli artisti italiani più esposti sulla causa palestinese, diventando un simbolo anche grazie a Casa mia a Sanremo 2024.

Invece di cavalcare l’attenzione globale delle Olimpiadi per rilanciare un messaggio esplicito, Ghali sceglie un’altra strada. Basta parla di successo, indipendenza, forza individuale. “Gucci come un arabo ricco”, “sono da solo ma sembro un esercito”, “non mi sono mai piaciute le regole”: frasi che oscillano tra autocelebrazione e rivendicazione delle proprie origini.

La rivoluzione, se c’è, resta sullo sfondo. Non urla “Free Palestine”, ma ostenta un’identità che molti preferirebbero edulcorata o silenziata. In parallelo, Ghali ha pubblicato una sorta di lettera aperta in versi, lasciando intendere che a San Siro non potrà esprimersi liberamente. “Anche un mio silenzio fa rumore”, scrive, suggerendo che l’assenza di parole può essere altrettanto significativa.

Tra marketing, musica e politica, Basta diventa così un oggetto ambiguo. Non la canzone che molti si aspettavano, ma forse quella che racconta meglio il momento di Ghali: sospeso tra esposizione mediatica, limiti imposti e il desiderio, dichiarato, di non soffocare più le proprie radici.

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