Cinquant’anni di musica, di improvvisazioni, di sperimentazioni e di incontri che hanno attraversato generazioni e cambiato, insieme alla città, anche il modo di ascoltare il jazz. È questa la lunga storia del Roma Festival, un appuntamento che nel corso del tempo ha portato sui suoi palchi alcuni dei più grandi protagonisti della musica internazionale, da Miles Davis a Sonny Rollins, da Dizzy Gillespie a Sarah Vaughan, passando per Wayne Shorter, McCoy Tyner, Pat Metheny, Ray Charles, Herbie Hancock e Chick Corea.
Un viaggio lungo mezzo secolo nel quale il jazz non è mai rimasto uguale a se stesso, aprendosi continuamente a nuovi linguaggi, contaminazioni e forme espressive. E così, accanto ai grandi nomi della storia, negli anni più recenti sono arrivati artisti come Esperanza Spalding e Kamasi Washington, interpreti di una musica capace di dialogare con il passato ma anche di guardare con decisione al futuro.
Il traguardo dei cinquant’anni diventa quindi l’occasione per ripercorrere una parte importante della memoria musicale di Roma e, allo stesso tempo, per chiedersi quale direzione stia prendendo oggi il jazz. Non è un caso che il direttore artistico Mario Ciampà abbia scelto come filo conduttore della nuova edizione il titolo “Rileggere Miles, ripensare il jazz”. Un tema che accompagnerà i 18 concerti in programma dal primo al 24 novembre, ospitati tra l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, l’Alcazar e due appuntamenti fuori dalla capitale.
Al centro della rassegna torna inevitabilmente la figura di Miles Davis, musicista che più di altri ha incarnato la capacità del jazz di reinventarsi. Davis salì più volte sui palchi del Festival e, come ricorda Ciampà, ogni volta portò una musica diversa da quella precedente, seguendo una ricerca continua e imprevedibile. Il suo ultimo concerto romano, il 23 luglio 1991 allo Stadio Olimpico, davanti a circa ventimila persone, è rimasto uno degli episodi più significativi di questa lunga storia.
Proprio dall’eredità di Davis prende idealmente il via il nuovo percorso del Festival, inaugurato da “Kind of Lives” di Paolo Fresu. Il trombettista italiano rappresenta una delle voci più originali del jazz europeo e ha saputo raccogliere l’eredità di Davis trasformandola e conducendola verso nuovi orizzonti.
È questo, in fondo, lo spirito che accompagna il cinquantesimo anniversario: non una semplice celebrazione del passato, ma la volontà di osservare come quella musica sia riuscita a cambiare insieme ai tempi. Il jazz ha attraversato decenni di trasformazioni, incontrando altri generi, sperimentando nuove sonorità e lasciandosi contaminare senza perdere la propria identità.
Il Roma Festival ha seguito questo percorso da vicino, diventando negli anni un luogo d’incontro tra grandi maestri, nuove generazioni e pubblico. Oggi, a cinquant’anni dalla sua nascita, torna a interrogarsi sul futuro partendo proprio dalle sue radici. E mentre Miles Davis continua a rappresentare un punto di riferimento, la musica che sale sui palchi della capitale dimostra ancora una volta che il jazz, più che una formula immutabile, è soprattutto una continua ricerca.

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