Sono le quattro del mattino in un giovedì d’ottobre e il Greenwich Village sembra sospeso fuori dal tempo. All’Other End, locale ormai chiuso al pubblico, una ventina di amici, musicisti e nottambuli assiste a una scena che ha qualcosa di mitologico: Bob Dylan è seduto al pianoforte e improvvisa canzoni davanti a una piccola congrega di fedelissimi. L’atmosfera è quella delle grandi notti bohémien newyorkesi, dove musica, alcol e visioni si mescolano fino all’alba. Roger McGuinn, completamente trascinato dall’entusiasmo e dai drink, continua a chiedere a Dylan di cantare il brano dedicato a Joey Gallo, urlando il ritornello “Joooey” ogni volta che ne ha occasione. Allen Ginsberg osserva il pianoforte come fosse un altare, mentre Ronee Blakley accompagna Dylan ai tasti più alti aggiungendo armonie improvvisate. Ramblin’ Jack Elliott vaga alla ricerca di tequila e Bobby Neuwirth orchestra il caos come un maestro di cerimonie folk.
In mezzo a quella confusione quasi mistica, l’unico a mantenere un certo distacco è Lou Kemp, amico d’infanzia di Dylan e oggi suo collaboratore. Stremato dalle notti insonni, osserva la compagnia con aria scettica e ammette che il gruppo non dorme prima dell’alba da giorni. Eppure il viaggio deve ancora cominciare davvero. Quella che sta per partire è la Rolling Thunder Revue, la leggendaria tournée ideata da Bob Dylan come una carovana di musicisti, poeti e spiriti irregolari. Un tour diverso da tutti gli altri, pensato più come una comunità itinerante che come un semplice spettacolo musicale.
La Rolling Thunder nasce durante l’estate proprio nel clima creativo del Village. Dylan, insieme a Jacques Levy, scrive canzoni profondamente legate a New York come Hurricane, dedicata al pugile Rubin Carter, e Joey, ispirata al gangster Joey Gallo. L’idea del tour è semplice ma rivoluzionaria: suonare per la gente comune, lontano dai grandi eventi dominati da celebrità e giornalisti. Dylan desidera recuperare un rapporto diretto con il pubblico, quasi intimo, e riportare la musica in spazi più raccolti.
Dietro le quinte, però, organizzare una simile avventura non è semplice. Lou Kemp e Barry Imhoff si occupano della macchina logistica del tour, cercando di conciliare lo spirito libero della compagnia con le esigenze economiche. Anche se Dylan vorrebbe esibirsi solo nei club, molte date si tengono in teatri e auditorium più grandi, necessari per sostenere le spese della tournée.
Ma ciò che rende unica la Rolling Thunder Revue non è soltanto la musica. È il senso di famiglia improvvisata che si crea attorno a Dylan. David Blue descrive il tour come un grande raduno di amici e compagni di viaggio provenienti dalla scena folk degli anni Sessanta. Intanto il gruppo continua ad allargarsi: Joan Baez si unisce alla compagnia, seguita da Allen Ginsberg, Roger McGuinn e molti altri personaggi attratti dal magnetismo di Dylan. Ogni incontro notturno può trasformarsi in un invito a salire sul bus della tournée.

Joan Baez racconta di aver accettato l’invito con entusiasmo ma anche con timore, consapevole del carattere imprevedibile di quella banda di artisti. Eppure proprio questa imprevedibilità rappresenta il cuore della Rolling Thunder Revue: un’esperienza libera, caotica e irripetibile, dove musica e vita finiscono per confondersi completamente.

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