Per la prima volta, infatti, la sua voce non è soltanto timbro o atmosfera, ma diventa racconto. Le sedici tracce che compongono l’album sono tutte firmate da lei e raccontano un cambiamento evidente: un suono che si allontana dal mondo di prima per avvicinarsi al cantautorato, al pianoforte, alle ballad e al lavoro in studio insieme a una band.

«Avevo la necessità di far arrivare un’altra parte di me, un animo più cantautorale», spiega l’artista. Un bisogno nato con il tempo, ma diventato ormai impossibile da rimandare. «E avevo la necessità di farlo adesso». Non è quindi solo un nuovo disco, ma un momento preciso della sua vita, una scelta di direzione.

Anche il titolo dell’album nasce da una domanda che l’ha accompagnata lungo questo percorso creativo: cosa faccio del mio tempo? Dove lo canalizzo, su cosa posso investire davvero? È una frase scritta quasi di getto, nata all’interno di un brano che alla fine non è nemmeno entrato nella tracklist. Eppure è rimasta, diventando il cuore del progetto.

Prima dell’album e del ritorno al Festival di Sanremo 2026 con un pezzo completamente suo, c’è stato però un momento che ha cambiato qualcosa nel suo percorso. Una settimana a Dublino, durante Jameson Distilled Sounds, il laboratorio creativo organizzato da Jameson Irish Whiskey.

In quella stanza si sono ritrovati più di venti musicisti provenienti da ogni parte del mondo, guidati dal musicista Anderson .Paak. Per Mara è stata un’esperienza inattesa, quasi una pausa rigenerante nel mezzo del lavoro. «L’ho presa come se fossi in un campus», racconta. «Volevo solo godermi la musica, viverla come passione e non soltanto come lavoro».

Durante quei giorni ha scoperto artisti con storie simili alla sua, voci cresciute cantando in chiesa e musicisti con cui parlare di R&B fino a notte fonda. Con molti di loro è rimasta in contatto, e non è escluso che da quell’incontro possano nascere nuove collaborazioni in futuro.

Quel percorso iniziato a Dublino oggi arriva anche in Italia. Il 17 marzo, giorno di San Patrizio, Mara Sattei sale sul palco dell’Hacienda a Roma per la tappa romana di Jameson Distilled Sounds. Un appuntamento che proseguirà poi il 10 maggio a Napoli, al GAAARDEN BY AUDIOTECA.

L’abbiamo incontrata poche ore prima del concerto, in un momento in cui il lavoro fatto dietro le quinte finalmente prende forma davanti al pubblico. E forse, proprio lì, tra una canzone e l’altra, la domanda che dà il titolo al disco trova la sua risposta.

Dietro il sipario, mentre tutto il resto andava avanti, c’era un lavoro lento, silenzioso e ostinato. Un lavoro fatto di parole scritte e cancellate, di melodie provate e poi lasciate in sospeso. Giorni passati a scrivere e riscrivere canzoni, ad aprire brani e farli riposare, a buttare via strofe intere per poi ripartire da un’altra prospettiva. È così che ha preso forma “Che me ne faccio del tempo“, il nuovo disco di Mara Sattei, un album che segna un passaggio importante nella sua crescita artistica.

Per la prima volta, infatti, la sua voce non è soltanto timbro o atmosfera, ma diventa racconto. Le sedici tracce che compongono l’album sono tutte firmate da lei e raccontano un cambiamento evidente: un suono che si allontana dal mondo di prima per avvicinarsi al cantautorato, al pianoforte, alle ballad e al lavoro in studio insieme a una band.

«Avevo la necessità di far arrivare un’altra parte di me, un animo più cantautorale», spiega l’artista. Un bisogno nato con il tempo, ma diventato ormai impossibile da rimandare. «E avevo la necessità di farlo adesso». Non è quindi solo un nuovo disco, ma un momento preciso della sua vita, una scelta di direzione.

Anche il titolo dell’album nasce da una domanda che l’ha accompagnata lungo questo percorso creativo: cosa faccio del mio tempo? Dove lo canalizzo, su cosa posso investire davvero? È una frase scritta quasi di getto, nata all’interno di un brano che alla fine non è nemmeno entrato nella tracklist. Eppure è rimasta, diventando il cuore del progetto.

Prima dell’album e del ritorno al Festival di Sanremo 2026 con un pezzo completamente suo, c’è stato però un momento che ha cambiato qualcosa nel suo percorso. Una settimana a Dublino, durante Jameson Distilled Sounds, il laboratorio creativo organizzato da Jameson Irish Whiskey.

In quella stanza si sono ritrovati più di venti musicisti provenienti da ogni parte del mondo, guidati dal musicista Anderson .Paak. Per Mara è stata un’esperienza inattesa, quasi una pausa rigenerante nel mezzo del lavoro. «L’ho presa come se fossi in un campus», racconta. «Volevo solo godermi la musica, viverla come passione e non soltanto come lavoro».

Durante quei giorni ha scoperto artisti con storie simili alla sua, voci cresciute cantando in chiesa e musicisti con cui parlare di R&B fino a notte fonda. Con molti di loro è rimasta in contatto, e non è escluso che da quell’incontro possano nascere nuove collaborazioni in futuro.

Quel percorso iniziato a Dublino oggi arriva anche in Italia. Il 17 marzo, giorno di San Patrizio, Mara Sattei sale sul palco dell’Hacienda a Roma per la tappa romana di Jameson Distilled Sounds. Un appuntamento che proseguirà poi il 10 maggio a Napoli, al GAAARDEN BY AUDIOTECA.

L’abbiamo incontrata poche ore prima del concerto, in un momento in cui il lavoro fatto dietro le quinte finalmente prende forma davanti al pubblico. E forse, proprio lì, tra una canzone e l’altra, la domanda che dà il titolo al disco trova la sua risposta.

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