Due minuti e quarantacinque secondi di quasi silenzio. Nessuna melodia, nessun testo, nessuno strumento. È questa la nuova “canzone” di Paul McCartney, ma più che un brano musicale si tratta di un gesto simbolico e di protesta. L’ex Beatle ha deciso di utilizzare il linguaggio del silenzio per lanciare un messaggio forte contro i rischi che l’intelligenza artificiale rappresenta per il futuro dei musicisti.

La traccia riproduce semplicemente il suono di uno studio di registrazione vuoto. Si apre con il fruscio di un nastro che dura circa un minuto, seguito da brevi rumori e sibili, fino a un lento fade out finale. Un giornalista del Guardian che ha avuto modo di ascoltarla la descrive come una registrazione quasi priva di contenuto musicale, ma carica di significato.

Il brano sarà pubblicato come bonus track nella riedizione in vinile dell’album Is This What We Want?, che uscirà in edizione limitata l’8 dicembre. L’iniziativa si inserisce in una più ampia protesta portata avanti da oltre mille artisti, tra cui Damon Albarn e Kate Bush, che hanno partecipato alla pubblicazione di un disco composto quasi interamente da silenzi e suoni ambientali.

L’obiettivo è attirare l’attenzione su una proposta di legge britannica che potrebbe permettere alle grandi aziende tecnologiche di addestrare sistemi di intelligenza artificiale utilizzando musica protetta da copyright senza pagare diritti agli autori. Tra le aziende coinvolte nel dibattito figurano colossi come OpenAI, Google, xAI e Anthropic.

Secondo Ed Newton-Rex, ideatore del progetto, il governo non dovrebbe “regalare il lavoro di una vita dei musicisti alle società di intelligenza artificiale”. Le industrie creative britanniche rappresentano infatti un settore fondamentale dell’economia del Paese, con un valore stimato di circa 125 miliardi di sterline l’anno.

Anche McCartney ha espresso più volte la sua preoccupazione. In un’intervista alla BBC ha sottolineato che molti giovani autori rischiano di perdere il controllo delle proprie opere. Una canzone potrebbe essere utilizzata per addestrare un algoritmo senza che il suo creatore venga riconosciuto o compensato.

Secondo il musicista, qualcuno guadagnerà comunque dalle canzoni generate dall’intelligenza artificiale sulle piattaforme di streaming. La domanda è semplice: chi dovrebbe ricevere quei profitti? Per McCartney la risposta è chiara, cioè l’autore originale della musica, non le grandi aziende tecnologiche.

Il silenzio del suo brano vuole quindi rappresentare il futuro che potrebbe attendere i musicisti se non verranno stabilite regole chiare. Senza protezioni adeguate, il rischio è che la voce degli artisti venga progressivamente messa a tacere.

Il tema è particolarmente attuale perché l’intelligenza artificiale applicata alla musica sta evolvendo a una velocità impressionante. Secondo una ricerca commissionata da Deezer e realizzata da Ipsos, il 97% delle persone non è in grado di distinguere una canzone umana da una creata da un algoritmo.

In questo scenario, la protesta di McCartney assume un significato ancora più forte. Il silenzio, paradossalmente, diventa il modo più potente per far sentire la propria voce.

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