
Bruce Springsteen torna a usare la musica come strumento di denuncia civile con Streets of Minneapolis, una nuova canzone di protesta scritta e pubblicata in tempi rapidissimi. Il brano nasce come risposta diretta a quanto sta accadendo nella città di Minneapolis, scossa da un clima di paura e tensione dopo l’uccisione di Alex Pretti per mano di agenti della United States Customs and Border Protection.
Il Boss ha raccontato ai fan di aver composto il pezzo di sabato, di averlo registrato il giorno successivo e di aver deciso di renderlo immediatamente pubblico. Una scelta che sottolinea l’urgenza del messaggio e la volontà di intervenire nel dibattito senza mediazioni o attese.
“Streets of Minneapolis” si muove nel solco della grande tradizione delle canzoni di protesta, richiamando esplicitamente lo stile di Phil Ochs, con un testo diretto e senza compromessi. Springsteen punta il dito contro quella che definisce una forma di “terrore di Stato”, denunciando l’operato delle forze federali e chiedendo apertamente che l’ICE lasci la città.
Nel testo non mancano riferimenti duri alla politica statunitense, con accuse rivolte ai “tirapiedi federali di Trump” e alle “sporche bugie” attribuite a Stephen Miller e Kristi Noem. Parole che confermano la posizione netta dell’artista e il suo coinvolgimento personale nella vicenda.
In un comunicato che accompagna l’uscita del brano, Springsteen ha spiegato che la canzone è dedicata alla gente di Minneapolis, agli “inermi vicini immigrati” e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good. Il messaggio finale è un invito a restare liberi, firmato semplicemente “Bruce Springsteen”.
Con “Streets of Minneapolis”, il Boss ribadisce ancora una volta il ruolo dell’artista come coscienza critica del presente, capace di trasformare l’indignazione e il dolore collettivo in una presa di posizione chiara, affidata alla forza immediata della musica.
