Due ricorrenze nell’arco di pochi giorni ci permettono di celebrare l’astro di David Bowie: David Robert Jones, questo il suo vero nome, nasce a Londra l’8 gennaio 1947 e muore a New York il 10 gennaio 2016 dopo una lunga battaglia contro il cancro e questi anniversari così ravvicinati sono l’occasione per ripercorrere cinque decenni di carriera attraversati reinventandosi senza mai ripetersi. Bowie infatti non ha solo cambiato la musica ma ha intercettato e spesso guidato mode, linguaggi e trasformazioni sociali: un’eredità che resta intatta a dieci anni dalla sua morte e che lo consacra come un’icona senza tempo.

A dimostrarlo è l’attenzione che continua a circondarlo: a Londra gli è stata recentemente dedicata una mostra permanente, mentre sono in arrivo un documentario della BBC e un nuovo libro firmato da Paul Morley, tra i più autorevoli biografi del rock.

Dagli esordi in piccole band dei primi anni Sessanta arriva a Space Oddity, scelto dalla BBC nel 1969 come sigla dell’allunaggio. Il grande salto avviene con Ziggy Stardust, manifesto glam rock e invito alla fluidità sessuale, seguito da Aladdin Sane, che consacra il celebre fulmine sul volto. Negli anni Settanta indossa la maschera del Duca Bianco e, in una Berlino ancora divisa, cattura vibrazioni sonore e culturali in anticipo sui tempi. Gli anni Ottanta sono quelli del successo globale con Let’s Dance, mentre i Novanta lo vedono sperimentare l’hard rock con i Tin Machine.

Nel suo ultimo album, Blackstar, pubblicato l’8 gennaio 2016, giorno del suo 69esimo compleanno, Bowie si spoglia dei personaggi e mette in scena l’addio. Due giorni dopo, la dipartita: “La sua morte non è diversa dalla sua vita, un’opera d’arte. Blackstar è il suo regalo d’addio”, ha spiegato Tony Visconti. E il futuro, ancora oggi, continua a portare il suo nome.

Di admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *