
È scomparso il 15 marzo, all’età di 73 anni, Les Binks, storico batterista dei Judas Priest negli anni d’oro del gruppo, ma la notizia è stata resa pubblica solo poche ore fa attraverso un toccante post della band. Le cause del decesso non sono ancora state comunicate.
I Judas Priest lo hanno ricordato con parole di profondo affetto: «Il contributo che ha dato al gruppo è stato di prima classe. Doti tecniche uniche, estro, stile e precisione. Grazie Les, la tua fama vivrà per sempre».
Nato in Irlanda del Nord, Binks si trasferì a Londra all’inizio degli anni ’70, dove avviò una brillante carriera da batterista professionista. Prima di entrare nei Judas Priest, aveva collaborato con artisti del calibro di Eric Burdon, War, Roger Glover (Deep Purple) e con i Fancy, con cui registrò Wild Thing, campionata poi dai Beastie Boys nel celebre Paul’s Boutique.
Il suo ingresso nei Judas Priest avvenne nel 1977 per sostituire Simon Phillips nel tour mondiale. Con la band registrò due album considerati pietre miliari dell’heavy metal: Stained Class e Killing Machine (pubblicato negli USA come Hell Bent for Leather), entrambi del 1978.
Nonostante il suo contributo, non fu mai considerato un membro ufficiale del gruppo. La frattura definitiva avvenne nel 1979, quando il manager Mike Dolan cercò di escluderlo dalle royalties del disco live Unleashed in the East.
Lasciato il gruppo, Binks ha continuato a suonare con vari progetti, tra cui Axis Point, Lionheart, Tytan e Raw Glory. In Italia ha collaborato con Eugenio Finardi nei dischi Finardi e Secret Streets.
Negli ultimi anni non aveva dimenticato la sua esperienza nei Judas Priest, tanto da fondare un proprio progetto tributo, Les Binks’ Priesthood. Nel 2022 era tornato a calcare il palco con la band originale in occasione del loro ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame.
Un batterista virtuoso, sottovalutato ma fondamentale, che ha lasciato un segno indelebile nella storia del metal.
