
Neil Young torna a scontrarsi con Donald Trump, questa volta davanti a un tribunale federale americano. Il celebre cantautore canadese ha intentato una causa da 10 milioni di dollari contro il Trump 47 Committee, il comitato di raccolta fondi legato al presidente degli Stati Uniti, accusandolo di aver utilizzato senza autorizzazione la sua storica canzone Rockin’ in the Free World durante alcuni appuntamenti politici. Al centro della controversia c’è in particolare un comizio dello scorso 12 ottobre a Youngstown, in Ohio, durante il quale il brano sarebbe stato riprodotto prima dell’intervento di Trump.Secondo quanto riportato nel ricorso depositato il 26 ottobre presso un tribunale federale della Virginia, il presidente sarebbe stato consapevole della necessità di ottenere una licenza per utilizzare la canzone e del fatto che Young non avrebbe concesso il proprio consenso. L’azione legale non coinvolge direttamente Trump come imputato, ma è rivolta esclusivamente al comitato responsabile dell’organizzazione e del finanziamento degli eventi politici. Oltre al risarcimento economico, il musicista chiede che venga impedito ogni ulteriore utilizzo non autorizzato delle sue composizioni. La vicenda affonda le radici nel 2015, quando Trump scelse proprio Rockin’ in the Free World per accompagnare l’annuncio della sua prima candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Già allora Young aveva protestato pubblicamente, contestando l’impiego del brano senza il suo permesso. Le tensioni erano proseguite nel 2018, fino a sfociare in una prima causa nel 2020, successivamente risolta attraverso un accordo che, secondo il cantante, prevedeva l’impegno a non utilizzare nuovamente la canzone senza un’esplicita autorizzazione. A rendere particolarmente acceso lo scontro non è soltanto la questione dei diritti d’autore, ma anche il significato politico e sociale della composizione. Pubblicata nel 1989, Rockin’ in the Free World è considerata una delle canzoni più rappresentative della carriera di Young e affronta temi come la povertà, l’emarginazione, la tossicodipendenza e le contraddizioni della società americana. Dietro un ritornello apparentemente celebrativo della libertà si nasconde infatti una critica alle disuguaglianze e alle promesse della retorica politica che, secondo l’artista, non trovano riscontro nella vita di molte persone. Proprio questa distanza tra il messaggio del brano e le posizioni del presidente costituisce uno degli elementi centrali della denuncia. Young e i suoi legali sostengono che la canzone esprima valori opposti a quelli rappresentati da Trump e che il suo utilizzo durante i comizi possa far credere al pubblico che il musicista sostenga politicamente il presidente. Un’associazione che il cantautore respinge e che, secondo il ricorso, avrebbe provocato anche un danno alla sua immagine e alla sua reputazione. Il caso si inserisce in una lunga serie di controversie tra Trump e alcuni protagonisti della musica internazionale. Negli anni, artisti come Rihanna, i White Stripes e i Linkin Park, insieme agli eredi di Tom Petty, hanno contestato l’impiego delle proprie canzoni durante eventi politici o iniziative legate al presidente americano, sollevando questioni relative alle autorizzazioni e al diritto degli autori di tutelare le proprie opere.
Al momento della presentazione della denuncia, dalla Casa Bianca, dal Trump 47 Committee e dal Partito repubblicano non erano arrivate risposte pubbliche alle richieste di commento. Sarà ora il tribunale a valutare le contestazioni avanzate dal musicista e a stabilire se vi siano state violazioni del diritto d’autore e degli impegni precedentemente assunti. La vicenda riporta così al centro dell’attenzione il rapporto tra musica e politica, evidenziando quanto l’utilizzo di una canzone durante una manifestazione pubblica possa assumere un significato che va ben oltre il semplice accompagnamento musicale.
