
“Il ragazzo della via Gluck” fu la prima canzone a essere eseguita durante la seconda serata del Festival di Sanremo 1966, venerdì 28 gennaio, esattamente sessant’anni fa. Adriano Celentano la portò sul palco del Salone delle Feste del Casinò di Sanremo in un momento delicato della sua carriera, senza immaginare che quel brano, eliminato prima della finale, sarebbe diventato uno dei manifesti più potenti della musica italiana.
Alla fine del 1965 Celentano non viveva una stagione facile. Le canzoni della svolta religiosa non riuscivano a competere con l’ondata beat guidata da Beatles e Rolling Stones, movimento che lui guardava con fastidio. Anche il cinema non gli aveva portato fortuna: il film “Super rapina a Milano” era stato un clamoroso insuccesso. Adriano rifletteva sul tempo che passa, mentre la vita privata gli regalava consolazioni importanti, come la nascita della figlia Rosita e una nuova casa alla Maggiolina.
Sanremo restava però una carta decisiva. Scartata “Nessuno mi può giudicare”, giudicata troppo beat, Celentano sceglie una strada diversa. Si ispira al folk-rock di Bob Dylan e decide di raccontare se stesso e la trasformazione della sua Milano, travolta dal cemento e dall’urbanizzazione. Nasce così una canzone che parla di progresso, nostalgia e perdita, temi allora poco frequentati sul palco dell’Ariston.
Il suo arrivo a Sanremo è da imperatore: entourage imponente, Clan al seguito, un atteggiamento che non conquista simpatie. L’esibizione del Trio del Clan non aiuta e la giuria boccia clamorosamente il brano dopo la prima serata. Lo choc è generale, ma la canzone non viene ripescata.
Eppure “Il ragazzo della via Gluck” comincia da lì il suo vero viaggio. Celentano trasforma quella strada in un luogo simbolico, senza mai dimenticare le persone che vi sono rimaste. Tra ricordi, aneddoti e amicizie conservate nel tempo, la canzone diventa memoria collettiva. Eliminata a Sanremo, ha vinto nella storia, dimostrando che non sempre il destino di un capolavoro passa da una classifica.
