
A più di quarant’anni dall’esplosione dei Sonic Youth nella scena underground di New York, Kim Gordon continua a muoversi come se la sua storia artistica fosse ancora tutta da scrivere. C’è qualcosa di sorprendentemente vivo e inquieto nel modo in cui la musicista, artista visiva e figura iconica del rock alternativo affronta questo nuovo capitolo della sua carriera.
Il 13 marzo uscirà il suo nuovo album solista, Play Me, il terzo dopo No Home Record del 2019 e The Collective del 2024. Un lavoro che conferma come Gordon non abbia alcuna intenzione di trasformarsi in una leggenda immobile, preferendo invece continuare a esplorare nuovi territori sonori.
Il progetto nasce ancora una volta dal sodalizio con il produttore losangelino Justin Raisen, figura proveniente dal mondo del pop e dell’hip hop che Gordon ha scelto come compagno di viaggio per ridefinire il suo linguaggio musicale. In diverse interviste, tra cui quelle rilasciate a Numéro Magazine e Rolling Stone, l’artista ha spiegato come il disco sia stato costruito partendo dai beat.
Il metodo di lavoro è cambiato radicalmente rispetto al passato. I brani nascono da ritmi vicini all’hip hop, su cui Gordon costruisce chitarre e linee vocali. Un approccio che rompe con il modo in cui aveva lavorato per anni nei Sonic Youth e che rappresenta una scelta consapevole di allontanarsi dalle strutture tradizionali del rock.
Questa direzione era già emersa nel precedente The Collective, dove rock e aggressività si mescolavano con industrial, elettronica e trap. In Play Me questa estetica diventa ancora più radicale, come dimostrano i singoli Not Today, Dirty Tech e la title track.
Il disco procede per collisioni sonore e frammenti ritmici, mentre i testi osservano con ironia e rabbia la cultura americana contemporanea, tra tecnologia, consumismo e identità. Più che seguire la forma della canzone tradizionale, il progetto sembra muoversi come un collage artistico fatto di immagini, suoni e suggestioni.
Tra i momenti più curiosi dell’album c’è anche la presenza di Dave Grohl alla batteria nel brano Busy Bee. Il pezzo si costruisce attorno a un dialogo tra Gordon e Julia Cafritz, sua compagna nel progetto Free Kitten, tratto da un episodio dello show televisivo MTV Beach House che le due avevano condotto negli anni Novanta.
Per Gordon la musica è sempre stata un’estensione del suo lavoro visivo. Cresciuta in California, si trasferì a New York all’inizio degli anni Ottanta con l’idea di diventare un’artista visiva, senza una formazione musicale tradizionale.
Proprio questa distanza dalle regole accademiche ha definito il suo stile. Gordon non pensa in termini di melodia o armonia classica, ma piuttosto di contrasti, dissonanze e rumori. È un approccio libero che ha contribuito a ridefinire i confini del rock alternativo.
Oggi, dopo decenni passati a reinventare il linguaggio del rumore elettrico, Kim Gordon continua a lavorare nello stesso modo: senza certezze, con curiosità e con la voglia di scoprire cosa può nascere dall’incontro tra suoni, idee e intuizioni. In fondo, è proprio questa tensione verso il nuovo che continua a tenere viva la sua musica.
